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    David Bowie: il Duca è vivo

    Fotografia: David Bowie in concerto (DENIS O’REGAN © THE DAVID BOWIE ARCHIVE®)

    di Maurizio Ermisino 

    Può un suono nascere da una foto? Eppure è così. Siamo a New York nel 1982, e David Bowie, già Ziggy Stardust, già Aladdin Sane, già Thin White Duke, vede una foto di Little Richard appoggiato a una Cadillac scintillante con un altrettanto scintillante completo rosso. Voglio che il mio disco sia così, dice al suo nuovo produttore. Quel produttore non è uno qualunque, è Nile Rodgers, il leader degli Chic. I due si sono conosciuti da poco, in un locale di New York. Avevano amici in comune, e così si sono presentati. Bowie aveva capito che Rodgers poteva essere l’uomo giusto per trovare un nuovo suono. Ma che vuol dire che il nuovo disco avrebbe dovuto essere come quella fotografia? Non avrebbe dovuto certo suonare come un disco di Little Richard. Ma, questo sì, il nuovo disco doveva essere una hit. Quella foto diceva questo. E lo sarà. È così che nascerà Let’s Dance.

    Vi sembrerà strano, ma Bowie non era così abituato a scrivere hit. I suoi ultimi dischi, Low, “Heroes”, Lodger, Scary Monsters erano stati un successo di critica (e anche di pubblico, ma in Europa), avevano fatto la storia del rock ma Bowie non aveva una hit negli Stati Uniti da sette anni, da Golden Years. Era stufo di quei sintetizzatori che, secondo lui, rendevano la sua musica così fredda (ma se la musica di Bowie era fredda, il resto cos’era?) e voleva tornare a un suono più caldo, fatto di strumenti. Era reduce da una vacanza nel Pacifico del Sud, dove si era portato dei vecchi dischi di Marvin Gaye, James Brown, Sam & Dave. Voleva un suono che fosse un moderno rhythm and blues, che facesse ballare la gente.

    Eppure quella canzone, che per lui era una hit, sembrava non facesse muovere i piedi a nessuno. E questo nonostante avesse la parola dance nel titolo. Quando, in Svizzera, Bowie suonò per la prima volta Let’s Dance a Rodgers, con una chitarra acustica, quel brano folk e malinconico, tra i Byrds e Donovan, non convinse nessuno. Sarà proprio il leader degli Chic a trovarle l’abito giusto, con un riff di chitarra che, allora come adesso, non distinguiamo dal suono di un sintetizzatore, delle percussioni incalzanti, dei ritmi sincopati. Se pensiamo a Let’s Dance pensiamo a qualcosa di leggero. Ma Bowie qui racconta la danza della vita. In quel “put on your red shoes and dance the blues”, “indossa le scarpe rosse e balla il blues”, ci sono tutte le volte che fingiamo di essere felici mentre siamo tristi.

    Durante le registrazioni di Let’s Dance, Bowie aspettava spesso fuori dallo studio di registrazione, su un divano, guardando la tv. Poi entrava e ascoltava quello che stava provando la band. E decideva cosa prendere. Era come il direttore di un casting. E si era messo totalmente nelle mani del produttore e dei suoi musicisti (lo stesso Rodgers alle chitarre, Carmine Rojas al basso, Omar Hakim alla batteria). E aveva azzerato il suo ego.

    E poi ci fu un momento che cambiò ancora le cose. Bowie voleva registrare una nuova versione di China Girl, il brano che aveva scritto con Iggy Pop per l’album dell’ex Stooges del 1977, The Idiot. Il brano era a un punto fermo, non aveva un vero e proprio ritornello. Così Nile Rodgers provò a tirare fuori un riff di slide guitar che suonava come qualcosa di orientale, dall’atmosfera vagamente cinese. Andò da Bowie il giorno dopo, convinto che dopo averlo sentito lo avrebbe licenziato. La riposta del cantante fu “That’s fucking fantastic”. Tony Thompson, batterista degli Chic, fu chiamato a dare forza a canzoni come Criminal World e la nuova versione di Cat Peoole (Putting Out The Fire), che Bowie aveva già inciso con Giorgio Moroder, per la colonna sonora de Il bacio della pantera. Stevie Ray Vaughan arrivò per suonare la chitarra solista sulla title track. Let’s Dance, l’album, diventerà un successo clamoroso. E pensare che fu registrato a tempo di record: i Power Station Studios erano stati prenotati per 21 giorni, ma il disco fu pronto in 17.

    L’occasione per tornare a quei tempi è il cofanetto Loving The Alien (11 CD, 15 vinili e download digitale standard), che prende il suo dalla opening track dell’album Tonight, che sarà il seguito di Let’s Dance ed include le nuove versioni rimasterizzate del periodo di maggior successo commerciale di Bowie: Let’s Dance, Tonight, Never Let Me Down, il live album Glass Spider (Live Montreal ’87), il live album inedito Serious Moonlight, una raccolta di remix originali intitolato Dance e la compilation con la musica non contenuta negli album, le versioni alternative e le b-sides e soundtrack Re:Call 4. La chicca del cofanetto è Never Let Me Down (2018), una nuova produzione dell’album del 1987.  Mario McNulty ha riunito un gruppo di musicisti di Bowie (Sterling Campbell alla batteria, Tim Lefebvre al basso, Reeves Gabrels e David Torn alle chitarre) che hanno risuonato completamente l’album, che oggi suona a tutti gli effetti come un nuovo disco di Bowie.

    Un altro viaggio indietro nel tempo è David Bowie Glastonbury 2000, registrazione dell’esibizione di David Bowie la domenica sera del 25 giugno 2000 al famoso festival. Quell’esibizione arrivava dopo un momento particolare, dopo i successi degli anni Ottanta e le sperimentazioni dei Novanta. Bowie, sui diari scritti all’epoca per Time Out, raccontava così l’evento. “A partire dal 1990 ho attraversato il resto del 20esimo secolo senza dover fare esibizioni con grandi hits. Sì, sì, lo so che ho fatto quattro o cinque hits negli ultimi show ma ho resistito piuttosto bene credo.. bene, canzoni conosciute ammasseranno il prato di Glastonbury quest’anno. Beh, con un paio di stravaganze ovviamente”.