Calcio e stranieri, da Bosman a Ronaldo

Fotografia: Mancini indica la strada ai club (ANSA)

 

 

Di italiani in serie A ne giocano pochi, almeno da titolari”. Il campanello d’allarme lanciato alcuni giorni fa dal Ct Roberto Mancini, per segnalare i problemi incontrati dalla Nazionale azzurra di calcio nel convocare giocatori italiani che disputino un numero sufficiente di minuti in campionato per essere competitivi, ha scatenato reazioni contrastanti.

L’allenatore jesino ha spaccato in due il mondo del calcio, diviso tra un gruppo allineato a Mancini – registrata anche un’invasione di campo del vice-premier e ministro degli Interni Matteo Salvini che ha proposto un limite agli stranieri sul rettangolo verde – e un altro, sostenitore del talento e non della carta di identità.

Il problema dei vivai e dell’impiego ridotto di atleti nazionali nelle squadre professionistiche non è solo italiano. La mela del peccato ha il nome di “Sentenza Bosman”, che portò all’abolizione del tetto al numero di calciatori comunitari nelle rose; diverso il caso degli atleti non europei che, visto il divieto di ingaggiarne oltre un certo numero, scatenò una serie di naturalizzazioni incontrollate, sfociate nel 2001 nello scandalo italiano dei passaporti falsi.

L’applicazione della sentenza Bosman ha avuto tra i suoi effetti/conseguenze una drastica riduzione dei giocatori originari di una nazione nel campionato del Paese di appartenenza. Le statistiche parlano di un impiego di calciatori stranieri intorno al 50% nei principali campionati europei con un picco del 65% in Inghilterra: quest’ultimo dato potrebbe ridursi drasticamente per via della Brexit (una volta sciolta la questione di permessi di lavoro e visti Oltremanica se ne saprà di più).

Altra norma che ha condizionato i flussi migratori di giocatori comunitari nei campionati del vecchio continente, specialmente per quanto riguarda fuoriclasse e top level, fu la “Legge Beckham”, un regime tributario favorevole applicato dal 2005 al 2010 in Spagna a tutti i lavoratori stranieri impiegati nel Paese (era stata pensata per scienziati e medici) con introiti superiori ai 600.000 euro annui: l’aliquota fu abbassata dal 43% al 24%. I club calcistici non si fecero scappare l’occasione e il primo a beneficiarne fu David beckham, dopo il suo trasferimento dal Manchester United al Real Madrid (da questo fatto nasce il nome dato poi alla norma).

Un altro madridista è stato recentemente protagonista di un cambio di casacca vantaggioso da un punto di vista fiscale: Cristiano Ronaldo. Una norma italiana, introdotta dalla Legge di Stabilità del 2017, prevede che chi non è stato residente in Italia in nove degli ultimi dieci anni paghi un’imposta annuale forfettaria di 100mila euro. Un vantaggio per il cinque volte pallone d’oro e, in teoria, per altri suoi colleghi che potrebbero raggiungerlo in futuro nello stivale per evitare una tassazione eccessiva dei loro stipendi.

Leggi e flussi a parte, tornando a Mancini, il Ct non ha torto a sperare in un maggior impiego dei calciatori italiani in Serie A ma bisogna considerare che, negli ultimi 20 anni, molti club hanno puntato su calciatori giovani dal nome esotico, magari poco costosi sul mercato, preferendoli a ragazzi provenienti dai vivai, dal cognome meno intrigante per i tifosi.

Il Mister jesino, oggi schierato con i giovani, quando era allenatore dell’Inter fu protagonista di due record che contrastano con le sue attuali proposte. Il 23 aprile 2016, Inter – Udinese fu la prima sfida senza giocatori italiani titolari dal primo minuto. In Europa, un caso simile si era verificato solo una volta, in un Portsmouth-Arsenal di Premier League nel 2009. Il 23 novembre 2005, invece, Inter – Artmedia Bratislava di Champions League fu la prima gara nella storia delle coppe europee che vide un club schierare, al fischio d’inizio, 11 giocatori di nazionalità diversa dal club di appartenenza (in quella occasione la Lega non si schierò dalla sua parte come accaduto qualche giorno fa).

Quanti club accoglieranno l’invito di Mancini?

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