Coppa Rimet, storia di calcio, furti e salvataggi rocamboleschi

 

Foto: ANSA

Il Mirror potrebbe essere riuscito in qualcosa che nemmeno Scotland Yard riuscì a fare: dare un volto al ladro che, il 20 marzo 1966, rubò la Coppa Rimet dalla Westminster Central Hall di Londra, a pochi mesi dal fischio d’inizio dei Mondiali inglesi.

Il giornale britannico indica come autore del furto Sidney Cugullere – un criminale noto col soprannome di ‘Mr Carafty’ – che, secondo la testimonianza del nipote Gary, mise a segno il colpo assieme al fratello Reg per essere il primo inglese ad alzare al cielo la Coppa del mondo, impresa poi riuscita sul campo a Bobby Moore e compagni il 30 luglio dello stesso anno (in questo caso si parlò di un altro ‘furto’, il goal fantasma di Geoff).

Ai tempi, però, fu arrestato Edward Bletchley, un portuale quarantasettenne disoccupato che aveva spedito a Joe Mears, presidente della English Football Association, una lettera anonima contenente una richiesta di riscatto di 15.000 sterline e, come prova, una parte rimovibile della Coppa. Bletchley fu arrestato la sera prevista per lo scambio ma si scoprì che era una pedina e, da questo momento in poi, non si hanno notizie certe tranne quella del ritrovamento del trofeo, avvenuto il 27 marzo da parte di Pickles, il cane di un impiegato che la trovò avvolta in un giornale mentre era a spasso col suo padrone.

Per tutelarsi, la English Football Association commissionò al gioielliere londinese George Bird una copia, usata da tutti i Paesi ospitanti fino al 1970, quando l’originale fu sostituita dalla nuova Coppa del Mondo FIFA – creata dallo scultore italiano Silvio Gazzaniga – il nuovo ‘alloro’ per i vincitori del torneo continentale.

Il fatto che Sidney Cugullere abbia rubato la Rimet solo per il gusto di sollevarla non spiega come mai un ladro professionista, o chi per lui, abbia lasciato nella Westminster Central Hall di Londra una collezione di francobolli da migliaia di sterline esposti a pochi metri dalla Coppa.

Non è questo l’unico mistero della rocambolesca storia della Rimet.

Il trofeo, che inizialmente di chiamava Victory, fu realizzato nel 1928 dall’orafo parigino Abel LaFleur, un’artista della scuola Cartier:  il nome conosciuto da tutti, Rimet, fu adottato nel 1946, in onore dell’omonimo presidente della Fifa e ideatore dei Mondiali.

Dopo il successo dell’Italia nella finale del 1938 in Francia, come da regolamento, il trofeo era custodito dalla nazione vincitrice. Allo scoppio della guerra, Ottorino Barassi, segretario della Federcalcio e vice presidente della FIFA, portò la Rimet a casa sua, in piazza Adriana, per evitare che venisse sequestrato. Leggenda narra che i tedeschi, alla ricerca del trofeo (il motivo più accreditato – o almeno il più gettonato –  è quello di un presunto valore esoterico per Hitler), perquisirono casa Barassi senza trovarlo: era nascosto in una scatola di scarpe. Sembrerebbe, tuttavia, che a salvare la coppa dalla Gestapo fu il Generale Vaccaro, presidente del Coni, noto nella Capitale per aver evitato che, nel 1927, la Lazio finisse nel calderone di squadre della città eterna fuse per creare la Roma. Mentre i tedeschi rovistavano in casa del dirigente del Coni, il Generale si sarebbe fatto passare dalla moglie di Barassi il trofeo, attraverso un balcone confinante, nascondendolo sotto il letto del figlio. Quando la Gestapo andò a casa Vaccaro, il militare riuscì ad allontanarla – salvando così la Coppa – mostrando una pergamena dedicatagli da Hermann Göring, una tra le più alte cariche del Terzo Reich. Poi, nei 12 anni seguenti, la coppa sparì; qualcuno dice custodita dall’avvocato Mauro, altri dall’azzurro Aldo Cevenini. Rimane il fatto che forse fu proprio l’aver salvato la Rimet che permise alla nostra Nazionale di rientrare nel consesso calcistico post bellico, quando nessuno, tranne la Svizzera, voleva dialogare con l’Italia.

Dopo il Mondiale del 70, conquistato dall’undici di Pelè, la Rimet, causa la scelta della Fifa di utilizzare una nuova scultura come premio, fu assegnata definitivamente alla federazione verdeoro, vincitrice per tre volte della manifestazione iridata; tredici anni dopo, il 19 dicembre 1983, fu rubata dalla sede della Confederazione Brasiliana di Calcio e, si dice, fusa in lingotti d’oro dai ladri, arrestati poco tempo dopo. Anche in questo caso, leggenda e verità si confondono. In realtà la Rimet era fatta quasi completamente d’argento; inoltre, uno degli arrestati avrebbe detto in più occasioni che il trofeo sarebbe stato venduto a un facoltoso collezionista italiano.

Nella bacheca del Brasile, oggi fa bella mostra una replica prodotta da Eastman Kodak. L’altra copia, quella commissionata dagli inglesi nel 66, tornò nella mani del suo ideatore nel 1970 e, dopo la sua morte, fu messa all’asta da Sotheby’s e assegnata alla FIFA per la cifra record di 254.500 sterline. Ancora oggi, molti credono che quella indicata come la ‘copia’ firmata George Bird sia in realtà l’originale di LaFleur.

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