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    Cinema recensioni/City of Lies – L’ora della verità

    Fotografia: Johnny Depp e Forest Whitaker in una scena del film (Notorious Pictures distribuzione, ufficio stampa ManzoPiccirillo Communication)

    CITY OF LIES – L’ORA DELLA VERITÀ – Regia di Brand Furman, con  Johnny Depp, Forest Whitaker, Toby Huss, Dayton Callie, Neil Brown Jr., Louis Herthum, Shea Whigham, Xander Berkeley, Shamier Anderson, Laurence Mason, Michael Paré, Amin Joseph, Glenn Plummer, Melanie Benz. Drammatico/thriller/biografico, Gran Bretagna/USA, durata 112’. 

    Benvenuti nel labirinto. Con il punto di partenza macchiato del sangue rap di Notorious B.I.G., ammazzato a colpi di revolver nella sua auto il 9 marzo del 1997 sotto la pioggia sporca di Los Angeles. Lo chiamavano anche Biggie o Biggie Smalls. Delitto rumoroso, legato a doppio filo con quello dell’altro rapper Tupac Shakur consumato un anno prima. Il punto d’arrivo? Nessuno. Labirinto cieco. Perché il film di Brad Furman (il suo quinto, non preceduto da esperienze memorabili) segue una traccia lunga 18 anni senza arrivare a conclusioni se non quella, palmare, della corruzione nera e profonda albergante nella polizia della città.

    A testimoniarlo, sulla scorta d’un romanzo  scritto dal giornalista Randall Sullivan di Rolling Stone America e non a caso intitolato Labyrinth, c’è la vicenda – vera – del detective Russell Poole al quale Johhny Depp dà un certo spessore. All’epoca dei misfatti era poliziotto emergente col vizio della verità ad ogni costo, principio applicato anche in quegli omicidi e perciò deputato a procurargli un sacco di guai. Come quello, per esempio, di perdere tutto, impiego, moglie, credibilità e via così, salvo, a quanto pare, la propria integrità morale e quella tigna che lo spingono, a distanza di quasi un ventennio, a rimettersi sulle orme di quegli eventi. Magari con l’aiuto e lo stimolo di un giornalista di ABC, Jack Jackson (Forest Whitaker),  che sulle stesse vicende si conquistò a suo tempo una certa notorietà girando un documentario poi premiato con un Emmy.

    E in effetti questo reporter è un po’ l’elemento che la sorte offre su un piatto d’argento a Poole – e a tutto il film – per dare un senso a ciò che accade dopo con la ripresa di un’indagine ostica prima non meno di adesso. Rimettendo in pista un ensemble selvaggio, omertoso e inestricabile, zeppo di insidie e di minacce. Oggi proprio come allora, fra teorie demolite e rigenerate su quegli assassinii che tutto lascerebbe pensare orchestrati dalla polizia losangelina. Chissà, bisognerà magari aspettare altri vent’anni e un ulteriore appuntamento al cinema per ottenere una risposta che, al momento, è scritta solo nel vento. Forse neppure in quello.

    Per illustrare i fatti la regìa si sintonizza stilisticamente con l’intrico, alternando al presente continui flashback e intensificando ad ogni passo i ritmi di un dialogo sempre serrato: a sostenere un’azione dalle dinamiche più interne che squadernate, tuttavia corposa e addensata nel quadrilatero infernale composto da investigatori, poliziotti, artisti e politici. Insomma centinaia di piste nel gigantesco Far West di L. A. confuse in una melassa  trasudante corruzione e misteri inavvicinabili: un costellazione di indizi che il film, incardinato ad un preciso punto di partenza, esplora ramificandosi in una serie di percorsi senza uscita. Tra cronaca e finzione. Bella struttura narrativa, complessa e intelligente, decorata dalla fotografia di Monika Lenczewska, sostenuta dalla buona prova di Depp (alle presunte intemperanze del quale – con relative conseguenze legali – sembra si debba il ritardo nella programmazione americana) e Whitaker, elettricamente traversata da una miriade di brani rap fra Pastor Troy, Snoop Doggy Dogg, M.C. Hammer, Too Short, il Killa Team      organizzato da DJ ARMZ con Eazy E, Pac & Notorious B.I.G., con lo stesso Biggie a performare la sua celebre Hypnotize. E va bene così.

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