Ciclismo in Italia visto dal presidente Di Rocco

    Fotografia: Di Rocco alla posa della prima pietra del nuovo velodromo di Spresiano (Raffaele Marino/Maxim)

    In attesa delle presentazione ufficiale di domani delle Nazionali azzurre di ciclismo, impegnate ai Mondiali Strada di Innsbruck dal 23 al 30 settembre, e della nuova Maglia della squadra italiana per la stagione 2018-19, Maxim ha intervistato il presidente federale Renato Di Rocco su presente e futuro di questo sport, dall’agonismo alla pratica quotidiana.

    Presidente, partiamo dai Mondiali ormai alle porte, cosa si aspetta dagli azzurri?
    Purtroppo, alcuni atleti (NIbali, Aru e Moscon, ndr) sono reduci da infortuni che, anche se archiviati, potrebbero pesare. Moscon, per fare un esempio, arriverà alla corsa iridata con solo tre gare nelle gambe. Punteremo sul gruppo, sulla squadra e l’amore per la maglia azzurra: i nostri ragazzi sono in gamba.

    L’ultimo Mondiale organizzato in Italia risale a Firenze 2013. State programmando una candidatura, magari a Roma che, con la Formula elettrica, ha dimostrato di poter ospitare grandi eventi e di volerli fortemente?
    Le candidature iridate si sono evolute e si sviluppano in un’ottica indipendente dalle metropoli e, con dispiacere, ve lo dice proprio un romano. In Italia ci sono tantissime eccellenze e il ciclismo può aiutare a promuovere il territorio con il suo passaggio, facendone conoscere a tifosi e turisti non solo la bellezza ma anche l’enogastronomia, la proposta culturale. Non sottovalutiamo l’aspetto economico. I diritti dei Mondiali su strada riconosciuti alla Federazione internazionale sono alti e non bastano solo gli sponsor a coprirli, serve anche un aiuto da parte dello Stato. E’ ovvio che, se la città eterna ci volesse, noi la ascolteremmo ma l’organizzazione di una competizione iridata è impegnativa, ha bisogno di un piano di avvicinamento, la creazione di infrastrutture, una programmazione: servono anni.”

    A proposito di anni. Tempo si parlava di ciclismo e si pensava al doping. Le cose sono cambiate.
    E’ stato un problema fortissimo che ha colpito la credibilità di questo sport e allontanato investitori. Ora ne siamo usciti, facendo un grande lavoro con i giovani e nelle scuole. Pensate a questo. Potrebbe capitare che un genitore vada da un medico a farsi prescrivere vitamine o altro per sostenere il figlio che pratica sport, studia, esce con gli amici e arriva a casa sfinito. Ad altri livelli, in passato l’idea dell’aiuto si è trasformata, in alcuni casi, in altro, nella sua versione peggiore. Noi mettiamo gli atleti nelle condizioni ideali per allenarsi, puntando su: prevenzione, educazione e sostegno.

    Educazione e prevenzione andrebbero applicate non solo al discorso doping ma anche alle strade delle città, dove chi usa la bici, per spostarsi o per sport, rischia molto.
    E’ un problema culturale. Bolzano è la prima città italiana per uso delle biciclette, nonostante la lunga stagione fredda che, di certo, non invoglia a pedalare. La differenza dal resto d’Italia? Hanno lavorato sulla viabilità, costruito piste protette e attuato una serie di buone pratiche assorbite dai vicini del nord Europa dove, come dicevo, c’è una cultura diversa, rispettosa dei ciclisti. Anche in questo caso, da noi bisogna partire dalle scuole, fare cultura e pretendere spazi protetti per chi intende usare la bicicletta”.

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