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    Chiamala light ma non è sempre giusto

    Fotografia: ansa

    di Emanuele Scafato

    Leggera ma non troppo: la quantità assunta di THC fa la differenza sul cervello dei più giovani

    Cannabis, croce e delizia delle discussioni tra proibizionisti ti, oggetto della discordia tra chi ne esalta alcune proprietà che ne hanno favorito l’uscita dal limbo delle sostanze illegali in alcuni Stati nel mondo, e quanti ne sottolineano il danno e la qualità di “droga ponte” verso altre forme di dipendenza legale e illegale. La generazione dei “baby boomers” ne aveva fatto sin da Woodstock , ai tempi della guerra del Vietnam, l’oggetto di rivoluzione e di libertà che i movimenti pacifisti, i “figli dei fiori”, le esperienze delle “comuni”, resero protagonista in un approccio di condivisione tipico del mondo che ricercava il piacere capace di trascendere la realtà e di disinibire agevolando non poco la percezione del rischio e l’apertura all’uso di altre sostanze illegali, psichedeliche e non, che facevano e fanno del “trip”, il viaggio, la finalità condivisa da fasce eterogenee di persone di ogni età.

    Ma c’è cannabis e cannabis. Il motivo del contendere è legato all’approvazione, da parte del MIPAF dell’allora uscente governo, della legge numero 242 del 2016 ‘Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”. Nulla di trascendentale a prima vista, si tratta di un affair non da poco se si considera che in Italia sono stati coltivati quasi 4000 ettari in cinque anni: decuplicando i 400 ettari di terreni nel 2013 coltivati a canapa e contribuendo alla diffusione della coltivazione in Italia utilizzata anche per esperienze innovative, con produzioni di bioplastiche, di alimenti, cosmetici e anche di “cannabis light” (tale il nome commerciale dato a questi prodotti della cannabis sativa). Il fiorire di negozi in tutta Italia ha sollevato polemiche e denunce e sollecitato l’intervento del Ministro della Salute Giulia Grillo che ha anticipato una loro regolamentazione avendo acquisito il parere formale del Consiglio Superiore di Sanità che si è espresso in modo lapidario e con pochi margini di discussione nel merito della peri- colosità e dannosità di tali prodotti, legittimamente posti in vendita – riferendoci alle infiorescenze di cannabis sativa – per tanti usi ma che escludono l’uso per combustione. In tre parole: non si fuma. Gli spiritosi hanno osservato che fumarsi la canapa è un po’ come fumarsi un espadrilla ma chi si occupa di prevenzione, pur apprezzando l’umorismo, sa che light o non light è la quantità assunta di THC che fa la differenza sul cervello, in particolare su quello dei giovani sino ai 25 anni di età.

    Il termine light, leggero, è usato da decenni dall’industria in maniera assolutamente impropria e confondente nel merito degli effetti che qualunque prodotto light è in grado di determinare in funzione di quantità crescenti di prodotto assunto, non del contenuto medio del prodotto; vale per la birra come per i cibi, per le sigarette come, per l’appunto, per la cannabis sativa. Scriveva Paracelso “il veleno è nella dose”. La quantità di principio attivo contenuta nella cosiddetta cannabis light «non è certo una dose omeopatica«, come ha affermato Silvio Garattini, farmacologo, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano.

    Il decreto di promozione della coltivazione della canapa pone i limiti di concentrazione di THC nella pianta di cannabis sativa dello 0,2%, che può arrivare anche allo 0,6% accertabile dalle forze dell’ordine preposte e sottoposte a sequestro in caso di sforamento in funzione della violazione delle norme che vietano i prodotti con contenuto superiore in THC e per i quali il Consiglio Superiore di Sanità ritiene non possa essere esclusa la pericolosità di cui anche la “cannabis light” sarebbe responsabile specie per i giovani il cui cervello, in fase di maturazione tra i 12 e i 25 anni e ancora in formazione, è maggiormente vulnerabile all’uso di sostanze come alcol e THC, sicuramente più sensibile a questo tipo di sostanza al cui uso numerosi studi scientifici attribuiscono danni cognitivi, di memoria e di orientamento, secondo alcuni non reversibili. In assenza di ricerche che stabiliscano, tuttavia, se e come la concentrazione ammessa di THC nei prodotti “light” possa avere tali effetti, l’applicazione del principio di precauzione suggerisce di evitare la vendita indiscriminata di infiorescenze anche per non favorire, come spesso accade, che l’uso di una sostanza possa incrementare o favorire l’apertura all’uso di droghe più impegnative. “Non può essere esclusa la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa” si legge nel parere del CSS, che raccomanda “che siano attivate nell’interesse della salute individuale e pubblica misure atte a non consentire la libera vendita”.

    In definitiva è opportuno farsi furbi, almeno quanto chi pensa che l’italiano medio non capisca e si adegui a “scelte” che sono risultate da rivedere nella forma e nella sostanza. E’ opportuno che gli adulti competenti si attivino e pongano a i giovani tutti gli elementi di giudizio che possano favorire l’adozione di comportamenti di cui è bene conoscere gli effetti. Per scegliere bene, per vivere meglio.