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    Fotografia: Ansa

    Dopo la deludente quarta stagione ed il semi-successo di Bandersnatch, Black Mirror torna con tre nuovi episodi nella sua quinta stagione. La nuova serie di Brooker si caratterizza per un taglio decisamente più soft, in cui non mancano degli spunti interessanti. Ma non chiamatelo Black Mirror.

    Black Mirror torna su Netflix con tre nuovi episodi nella sua quinta stagione. Dopo l’esperimento di Bandernatch e le critiche ricevute per la quarta stagione, Brooker lancia un prodotto nuovo, diverso, caratterizzato da toni decisamente più attenutati rispetto a quelli graffianti a cui ci aveva abituati nelle due prime stagioni. A mancare è soprattutto quel senso di estraniamento perturbante legato al vorticoso mondo della tecnologia: nella nuova stagione di Black Mirror, infatti, non è il mondo tecnologico il vero villain, ma è l’uomo stesso nella sua finitezza e nella sua caducità ad i vizi ed alle dipendenze. Vera protagonista e filo conduttore della quinta stagione prodotta da Netflix è appunto la dipendenza.

    Il taglio in generale è caratterizzato da una precisa scelta stilistica: il nuovo Black Mirror punge ma non ferisce. Nonostante degli spunti interessanti, infatti, i tre episodi scadono nel semplice e nel banale, vanificando performance attoriali di tutto rispetto.

    Andiamo ad analizzarle più nello specifico.

     

    Striking Vipers (Il morso della vipera)

    Il primo episodio tratta della dipendenza dai videogame ma in una prospettiva del tutto inedita che unisce le nuove tecnologie ad uno dei vizi più antichi dell’uomo: il sesso. Nonostante una sapiente regia ed un ottimo Anthony Mackie, Il morso della vipera scorda il suo veleno, lasciando una ferita da poco che a breve si rimarginerà. La fotografia e le performance attoriali avrebbero meritato sicuramente una trama più articolata, in cui l’uomo potesse scavare a fondo nel suo io per sprofondare negli abissi della sua coscienza o riemergere in una nuova catarsi.

    Tutto questo è assente, un vero spreco.

     

    Smithereens (In pezzi)

    La dipendenza dai social network ed il peso della coscienza sono invece i protagonisti del secondo episodio. I nomi sono di pura fantasia, ma non è difficile individuare Zuckerberg ed il suo colosso Facebook dietro Smithereens ed il suo fondatore Billy Bauer. Una macchina infernale, progettata per creare dipendenza nei suoi iscritti attraverso contenuti sempre più attrattivi, che rendono impossibile scollarsi dal proprio smartphone anche alla guida. Andrew Scott mostra tutta la sua incapacità di vivere nel rimorso e nel senso di colpa con una prova mirabile, vera, in cui si riescono a percepire tutte le sfumature della coscienza dell’uomo distrutto. Peccato che l’episodio in sé non sia dello stesso livello, così come gli altri attori, incapace di rendere manifesta l’ansia e la tensione che un rapimento con ostaggio dovrebbe incutere. Inoltre, c’è da aggiungere che oltre alla dipendenza dai social, costata cara al protagonista, tutto viene lasciato in sospeso, finale compreso. Non c’è critica, non c’è satira, rimane solo una denuncia della dipendenza fine a sé stessa, in cui il nodo alla gola non compare mai.

    Poteva essere un ottimo manifesto contro la dipendenza da social, ed invece…

     

    Rachel, Jack and Ashley Too

    Sicuramente il miglior episodio della serie, in cui Miley Cyrus (Ashley) porta sul grande schermo il suo odiato alter ego: Hannah Montana. Ashley è infatti la pop-star del momento, sempre in vetta alle classifiche e con migliaia di fan al suo seguito, al punto da essere riprodotta con una bambola dotata di Ia (intelligenza artificiale). Miley Cyrus rivive così la sua doppia personalità tra la cantante modello che insegna a credere in sé stessi e la ragazza fragile che invece vorrebbe esprimere la sua autenticità, con tutti i timori del caso. Un episodio sicuramente più profondo, in cui ad emergere sono sensazioni contrastanti, ma che comunque neanche un MacGuffin come la bambola può ricondurre nel futuro distopico ed antologico della serie che abbiamo imparato ad amare.

     

    Rimangono spunti interessanti e prove attoriali di tutto rispetto, ma la perdita degli elementi più scabrosi e graffianti rende la quinta stagione di Black Mirror un mero esercizio di stile, privo della profondità che avrebbe invece meritato. Non è nemmeno il taglio più soft l’elemento più straniante, ma la superficialità e la banalità con cui sono trattati dei temi attuali, su cui la falce fatale della serie di Brooker avrebbe dovuto abbattersi con molta più decisione.

    In definitiva, si tratta di tre episodi comunque riusciti, positivi, ma non chiamatelo Black Mirror.