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    Ayrton Senna, la leggenda va veloce

    Fotografia: Foto di CAMERA PRESS/CONTRATSTO

    di CRISTIANO CHIAVEGATO dal numero di Maxim in edicola

    A 25 anni dalla morte, i ricordi indelebili di imprese al limite dell’impossibile. Fino alla commozione

     

    Non posso dire che Ayrton Senna Da Silva, che qualche settimana fa avrebbe compiuto 59 anni, sia stato il più grande pilota di tutti i tempi. I paragoni sono impossibili. Se parliamo soltanto di Formula 1 o di altre categorie storiche, a esaltare le folle, a diventare dei miti per motivi diversi vengono in mente i nomi di tanti fuoriclasse: Rosemayer, Nuvolari, Varzi, Fangio, Ascari, Moss, Clark, Stewart, Rindt, Gilles Villeneuve, Lauda e Prost. E, di sicuro, ne ho dimenticati parecchi. Certo, se si guarda ai numeri, alle fredde cifre, dobbiamo riconoscere che sinora Michael Schumacher, avendo vinto più titoli mondiali di chiunque altro resta una leggenda per milioni di tifosi. Ma per me che sono, anche per età, un nostalgico e ho vissuto da vicino l’epopea del fuoriclasse brasiliano, Ayrton resta unico, come uomo e come pilota.

    Un personaggio unico, con i suoi pregi e i suoi difetti. Ma come dimenticare quei giri in qualificazione, le pole position conquistate all’ultimo secondo?

    Stavamo io e altri colleghi lungo i circuiti e aspettavamo che lui passasse: frenate al limite, traiettorie da brividi, uno stile inconfondibile.

    Nella memoria rimane indelebile, però, quel GP d’Europa disputato nel circuito di Donington nel‘93. Qualificatosi in quarta posizione, Senna in una gara condizionata dal meteo mutevole compi il suo capolavoro. Al via sull’asfalto bagnato Ayrton venne bloccato da Schumacher e quindi superato da Wendlinger che seguiva con la Sauber. Ma fu un attimo. Si vide la McLaren n.8 balzare in avanti come se gli avversari fossero fermi. Ripasso subito i due tedeschi, e quindi si fece un boccone solo di Prost e Hill e delle loro Williams considerate in quel momento imbattibili.

    Fu una corsa incredibile fra pioggia e sole, con i piloti costretti a continui pit stop per cambiare le gomme. Il fuoriclasse brasiliano fece meno soste ed ebbe l’abilita di guidare sull’umido con le slick. Trionfo davanti a Damon Hill, l’unico nondoppiato fra gli undici piloti classificati. Senna aveva già dimostrato di essere un predestinato ‘mago della pioggia’ nel GP di Monaco del 1984, nell’anno del suo debutto con la Toleman Hart, una macchina che non era certamente fra le migliori. Arrivo secondo nella gara fermata al 31° giro per un forte temporale.

    Partito dalla 13° posizione, al 19° Ayrton era gia secondo alle spalle di Prost. E lo avrebbe di sicuro raggiunto e superato se Jacky Ickx, direttore di corsa, poi multato dalla FIA, non l’avesse bloccata prima del tempo.

    Sono forse questi i due episodi, uno all’inizio l’altro alla finedella carriera, più emblematici della sua storia agonistica. In mezzo 65 pole position, 41 vittorie e i 3 titoli mondiali, tutti ottenuti con la McLaren. E la grande lotta con Alain Prost, fra duelli senza esclusione di colpi da entrambe le parti. Questo il Senna pilota. Ma voglio parlare, come ho detto, anche dell’uomo.

    Determinato, coraggioso, rigoroso, religioso, ma a volte anche contradditorio. Voleva vincere sempre e questo lo porto anche ad azioni non propriamente corrette. Come nel 1990, quando si vendicò con Prost a Suzuka dove il francese aveva provocato un incidente l’anno prima, tamponando al via la Ferrari di Alain, conquistando il suo secondo titolo mondiale.

    Sarei bugiardo se sostenessi che ero amico di Senna. Lui parlava benissimo italiano e sapeva anche usare i media per fare le proprie ragioni. Ebbi comunque occasione di cenare con Ayrton due volte, sempre a Budapest in due anni diversi.

    Noi due da soli. Parlammo di tutto, meno che dell’attualità di quanto stava succedendo in F1 e delle dispute che aveva avuto con Prost. La prima volta fece un accenno alla Ferrari. Mi raccontò anche della sua infanzia, delle gare in kart anche in Italia. Della sua intenzione di aiutare i bambini diseredati in Brasile. E delle tante persone che da noi gli stavano vicine e gli volevano bene. Fra queste ultime qualcuno gli riferiva cosa scriveva di lui. Un giorno mi venne incontro durante una pausa in un Gran Premio. “Tu – mi disse con un tono accusatorio – ha scritto sul tuo giornale che io sono omosessuale. Credevo che fossi una persona corrette. Non ti voglio parlare mai più”. Rimasi sconcertato. Poi mi ricordai che in effetti La Stampa aveva pubblicato una notiziola d’genzia giunta da San Paolo del Brasile. In quel trafiletto erano riportate frasi pronunciate da sua moglie Lilian de Vasconcelos Souza e da Nelson Piquet, uno dei grandi rivali di Senna: “Ayrton preferisce i meccanici alle donne”. Ma non ero stato io a scriverla e metterla in pagina.

    Dopo più di un anno incrociai Senna a Montecarlo vicino a casa sua. Tirai dritto, visto che non mi parlava. Ma lui mi fermò: “Avevi ragione – mi disse – a scrivere un articolo e stato un altro. Io rimasi di stucco e un ò imbarazzato. Mi sembro che volesse porgermi la mano. Invece si tolse l’orologio che aveva al polso e me lo consegno, credo per farsi perdonare. Ovviamente ho ancora quel prezioso ricordo. Di Senna mi sono rimaste alcune fotografie con autografi e un’immagine che avevo scattato dopo il suo terribile incidente mortale il 1° maggio 1994. Ventiquattro ore esatte dopo la scomparsa di Ayrton andai in pista a Imola, alla curva Tamburello, di fronte al luogo esatto dove si era schiantata la Williams FW16 del brasiliano. C’era una piccola macchia sull’asfalto, forse una goccia di sangue di Ayrton. E qualcuno vi aveva deposto una rosellina rossa. Feci una foto di quel fiore, di quell’ombra scura. La tengo in un cassetto. Ogni tanto mi capita fra le mani e ancora mi commuovo.