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    70 anni? In che senso?! Tanti auguri Carlo Verdone

    Fotografia: Claudio Porcarelli e Ansa
    Carlo Verdone, nato a Roma il 17 novembre 1950, compie oggi 70 anni e noi di Maxim lo vogliamo festeggiare pubblicando sul nostro sito l’intervista del numero di maggio 2019 a cura di Antonella Piperno.

    Quasi quarant’anni dopo il suo primo film “Un sacco bello” l’attore racconta a Maxim le sue passioni e i suoi interessi vecchi e nuovi: dalla musica alle amicizie, dalla quotidianità al cinema. Con un posto di riguardo agli “affetti speciali” e una rivelazione su quello che sarebbe stato il suo futuro senza la recitazione e la regia, con l’università al posto del set.

    L’attore e regista Carlo Verdone posa per i fotografi durante la presentazione del suo film Si vive una volta sola, Roma 14 Febbraio 2020. ANSA/GIUSEPPE LAMI

    Entrando nella casa di Carlo Verdone si scoprono, sparsi qua e là, parecchi indizi sulla sua vita: il telescopio suggerisce l’attrazione per i pianeti e per stelle, accoppiata a quella per le nuvole, al centro della sua passione fotografica (ha realizzato oltre mille scatti, rigorosamente “senza photoshop” precisa, inseguendo i suggerimenti della natura) mentre le due chitarre elettriche appoggiate sul divano servono per le serate musicali con suo figlio Paolo. “Lui è un vero bluesman, io gli accordi li prendo, e qui passiamo dei bei momenti insieme. Ma nella nostra casa in campagna, in Sabina, abbiamo una vera stanza della musica, insonorizzata, dove io suono il mio strumento, la batteria”.

    Anche la casa in Sabina è decisiva in questa intervista: perché è il buen retiro di Verdone, la via di fuga di quasi tutti i suoi weekend, un posto che, chiarisce “mi fa bene”. L’ha ricostruita, esattamente dove c’era quella di famiglia, ma, dopo il terremoto, totalmente antisismica “più bella e più potente”. Quando è in cerca di relax il regista ci va anche da solo, passeggia, legge (tanti classici, con una predilezione per la letteratura italiana e francese dell’800, al momento dell’intervista era su Guy de Maupassant), va a cercarsi nuovi ristorantini, spesso sta con i figli o con qualche amico che va trovarlo, come Ilenia Pastorelli, la sua partner in Benedetta Follia, che ha una casa a pochi chilometri e ogni tanto va a bersi un caffè.

    Perché la condivisione è un momento importante nella vita di Verdone, 68 anni, 26 film da regista, 38 da attore e un’infinità di premi, l’ultimo dei quali il “King of comedy” al Festival di Montecarlo. Tanto che il suo nuovo film, i cui dettagli sono ancora top secret, sarà una storia corale sull’amicizia.

    Chi sono oggi i suoi veri amici?

    I veri amici non possono essere troppi, i miei sono 8-9, la maggior parte dei quali fuori dal mio ambiente, perché parlare di cinema è la cosa più noiosa che mi possa accadere. Rappresentano la parte più preziosa della vita, contano anche più dei medici. Un amico fidato può portarti anche fuori dalla depressione. E poi l’amicizia è condivisione, aggregazione, alcuni di quelli con cui tanti anni fa andavo nei cineclub sono ancora accanto a me, e poi se ne sono aggiunti altri, un architetto, alcuni medici, un autotrasportatore che ho conosciuto durante un trasloco e che ha anche piccole particine nei miei film, perché ha una faccia romana molto simpatica.

    A proposito di facce, al Carnevale di Ascoli Piceno una famiglia ha vinto il concorso per la maschera più bella travestendosi da Furio e Magda con i piccoli Antongiulio e Antonluca. Che effetto le fa vedere che dopo quasi 40 anni i suoi personaggi sono ancora così contemporanei?

    Ne sono felice, perché significa che sono diventati delle vere maschere, che sono entrati nell’immaginario collettivo, così come i tormentoni tipo ‘O famo strano?” di Viaggi di nozze, citato pure nei titoli dei giornali, per i più svariati argomenti. Il logorroico Furio me lo inventai mixando la pignoleria di un mio zio ai tratti di un mio professore di latino e greco. E parecchie donne ancora oggi mi fermano al bar dicendomi “Ma lo sa che lei con Furio mi ha aiutato a capire la vera natura di mio marito?”. Poveracce…

    Tra i suoi vari personaggi ce n’è uno a cui è più affezionato?

    Voglio bene a tutti allo stesso modo, da Mimmo in su, anche se quello che mi sono più divertito a interpretare è il coattone romano.

    È vero che non ha mai avuto bisogno di provarli?

    Quando ho inventato i miei personaggi li ho testati davanti agli amici, per vedere se li facevano ridere. Ma non li ho mai provati, faccio le cose con molta verità. A un certo punto il corpo si muove da solo, vado come in trance e il primo ciak, senza la meccanicità della prova, è il migliore.

    Quale film le è venuto meglio? E ce n’è invece qualcuno che non rifarebbe?

    Non toccherei niente della mia carriera, ogni artista ha opere maggiori e minori e francamente non credo di aver mai dato delle fregature al pubblico. “Compagni di scuola” mette d’accordo tutti, è un film coraggioso e anche difficile, sono molto affezionato anche a “Maledetto il giorno che t’ho incontrato” perché ha aperto i confini nazionali e mi sta molto a cuore anche “Borotalco”. “C’era un cinese in coma” non è stato capito ma non per niente è il mio film preferito di Toni Servillo.

    Il suo cinema ha preso da tempo la strada della commedia senza caratterizzazioni. Ma ci sarebbe posto oggi per una nuova maschera alla Furio o alla Moreno Vecchiarutti, il coatto di “Grande, grosso e Verdone”?

    Non credo, dovrei ideare un personaggio della mia età e con una sua personale dinamica. Credo che sia una pagina chiusa, anche perché le intuizioni sulle mie maschere sono nate dall’osservazione di una città e di un’umanità che oggi non c’è più.

    Perché?

    Perché nei quartieri ci si conosceva tutti, c’erano i baretti, i negozi di alimentari. Ora non c’è più aggregazione, è stata sostituita da una diffidenza generalizzata, dalla gente che gira con il collo piegato verso i cellulari e dai social che ti illudono di avere tanti amici.

    Lei però li usa i social…

    Ho un profilo Instagram che frequento pochissimo. Uso soprattutto Facebook, il più adatto per trasmettere le mie riflessioni e i miei racconti. Ma lo aggiorno ogni tanto, quando ho qualcosa da dire, non sono uno che posta le foto dei piatti. E preferisco vedere le persone dal vivo, da qualche tempo vado anche dai malati terminali…

    Racconti.

    È cominciato tutto con una signora che mi ha chiesto di andare a trovare la sorella morente che negli ultimi giorni della sua vita si distraeva con le mie commedie. È stato un momento che mi ha dato tanto, poi si è sparsa la voce nel quartiere e la cosa continua. Sentirmi utile per le persone che stanno lasciando questo mondo vale molto di più di un David di Donatello o di un Oscar. Sono conversazioni talmente vere che ogni tanto mi dimentico di star parlando con qualcuno che sta male. Con un cardiopatico grave che criticava il mio “C’era un cinese in coma” ci siamo mandati quasi a quel paese (ride, ndr).

    Arrivato a 68 anni è deluso dalla contemporaneità, ma qual è stato il periodo più felice della sua vita?

    Dal ’65 al ‘75. Sono stato molto felice per gli amici, per la condivisione, per la fame di cultura che avevamo noi giovani. Tra cinema, teatro e concerti non ci perdevano un’occasione. La mia cultura sul cinema, me lo sono costruita in quegli anni. Oggi invece stiamo attraversando un periodo molto deludente. Non si respira più un’aria di rilassatezza ma di preoccupazione. La tua isola felice devi creartela da solo, con le tue passioni.

    Forse è arrivato il momento di fare un film politico…

    No, non mi interessa. L’hanno fatto bene altri colleghi, dovrei creare personaggi che non mi piacciano. Ho solo accennato alla politica in Gallo Cedrone, con il personaggio che inventa un partito politico e vuole asfaltare il Tevere. Rappresentava il qualunquismo e il pressapochismo, ho precorso i tempi…

    Ma occuparsi di politica in prima persona invece, lei che spesso interviene sui giornali parlando di Roma?

    Mi esprimo sui giornali da poveraccio che ama questa città e ogni giorno vede una magagna in più. Ma lì mi fermo. Per le ultime elezioni mi hanno pure chiesto di candidarmi come sindaco, sono venuti a casa mia in quattro per convincermi. Ho risposto che nella vita si può fare bene solo un lavoro, e per me è il cinema.

    Una piccola deviazione però sta per farla, con la sua prima serie tv…

    Se tutto procederà bene si farà, si chiamerà Vita da Carlo e racconterà la mia vita privata e professionale, un po’ vera e un po’ romanzata. La serie è un nuovo modello di narrazione che va affrontato visto che lo fanno tutti e con cui si può uscire più facilmente a livello internazionale. Con i film si fa fatica. Le serie sono concepite come una specie di droga che ti porta a vedere la puntata successiva, ma il film ha un’anima incomparabile alle serie.

    Lei le guarda parecchio?

    Qualcuna: la tv la guardo molto poco.

    E al cinema ci va?

    Sì, ma non per vedere film comici. Mi ha colpito molto Green Book, il vincitore dell’Oscar. E comunque io sto spesso a casa, alle 23 sono già a letto. Spesso scrivo poesie, ne ho collezionate già un centinaio, tutte crepuscolari.

    Un prezzo al suo successo l’ha dovuto pagare?

    Quello di non poter vedere una chiesa, lo scorcio di una via, farmi una passeggiata senza che qualcuno mi chieda un selfie o di fare un video per la madre o per lo zio. Mi concedo sempre. Ma quando mi capita di visitare una città dopo un po’ mi scoccio e me ne torno in albergo. All’estero non mi succede, per fortuna.

    Ma se non fosse diventato una star del cinema dove si sarebbe diretto?

    Verso la carriera universitaria. Mi sono laureato in Lettere con indirizzo storico-religioso e molti esami sul vicino Oriente antico. Sarei andato a bussare a quella porta, ma la vita ha scelto per me. All’università però in qualche modo ci sono finito, con centinaia di tesi sul mio cinema. Le conservo tutte.