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    25 anni senza Federico Fellini – VIDEO

    Fotografia: Federico Fellini (ANSA)

    Il 31 ottobre del 1993 scompariva Federico Fellini, uno dei maggiori registi della storia del cinema, autore di pellicole comiche, drammatiche, oniriche, creatore di una serie di personaggi diventati memorabili.

    IL RICORDO DELLA SUA CITTÀ

    Questa sera, Rimini, la sua città, lo ricorderà con la proiezione al Cinema Fulgor di uno dei suoi capolavori, ‘I Vitelloni‘. Un’opera – che verrà proiettata nella sala in cui, seduto sulle ginocchia del nonno a guardare ‘Maciste all’inferno’ il ‘Maestro’ scopriva la magia del cinema – fortemente radicata nell’immaginario riminese e romagnolo, come ‘Amarcord’, e il primo film del regista a varcare i confini nazionali.

    Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, parla dell’assegnazione provvisoria al bando per il Museo Internazionale Federico Fellini: “L’anno prossimo verranno avviati i cantieri per questo inconsueto polo museale ‘a tre gambe’ (castello, Fulgor, spazio outdoor) per completarne la realizzazione entro l’estate 2020 per il centenario della nascita del geniale regista riminese“. Il sindaco Gnassi ricorda le vicissitudini dell’associazione ‘Fondazione Fellini’, gli alti e bassi del premio cinematografico e le critiche alla precedente concezione di museo in uno spazio unico: “ricordo la visita di Sharon Stone alla casa del regista, con un commento sull’esiguità dell’esposizione“. Così, spiega, “la scelta successiva si è sviluppata diversamente, orientati a dedicargli”un intero quadrante di città, tra il teatro verdiano e Rimini romana, spazi interni ed esterni: un polo museale diverso, fuori dagli schemi e per questo unico“.

    IL CINEMA

    L’arco espressivo di Fellini è trascorso dalla tenera ingenuità dell’adolescenza, alla rappresentazione degli ultimi come depositari della felicità (La strada), dalla provincia come luogo dell’incanto (I vitelloni) al mostro della metropoli (La dolce vita), dall’irrompere dell’inconscio (8 e 1/2) fino al lungo e addolorato viaggio nella memoria e nell’archetipo (tutta l’ultima parte della sua carriera tra Satyricon e Amarcord), fino al canto finale della solitudine dei poeti (La voce della luna).

    Si sa che il filo conduttore che collega tutte queste fasi espressive è il circo come parabola della finzione e della rappresentazione, ma è in verità il sogno come specchio della vita a fare di Fellini un artista assoluto, l’unico capace di vedere il mondo attraverso un filtro tanto personale quanto universale.

    La sua presa sul cinema internazionale è tanto forte da aver spinto un’intera generazione di registi americani a specchiarsi a farne un’icona e un modello più o meno dichiarato. Martin Scorsese disegnò i suoi antieroi di “Mean Streets” (1973) avendo ben presente la struttura dei “Vitelloni”, il sostrato cattolico dell’Italia provinciale, il mostro metropolitano appena trasfigurato in “Roma” dell’anno precedente. “Adaptation” e “Essere John Malkovich” di Spike Jonze e Charlie Kaufman sono omaggi espliciti al surrealismo visionario che i due leggono nell’immagine felliniana (specie in “8 e 1/2”). Ingmar Bergman ha più volte ammesso di specchiarsi nel percorso – tanto diverso quanto parallelo – dell’amico Federico.

    E in Italia? Fellini è vicino a Rossellini fin dagli esordi del neorealismo, ma poi affianca Lattuada al suo esordio come regista di “Luci del varietà”(1951). Troverà in Lina Wertmuller una compagna di strada fedele fin dai “Basilischi” che nel ’63 si rifà ai “Vitelloni” di 10 anni prima e poi nello stralunato realismo di “Pasqualino sette bellezze”. Avrà in Giuseppe Tornatore un ammiratore più distaccato (ma le somiglianze tra “Nuovo cinema Paradiso” e “Amarcord” sono volute), misurerà due eredi simili e opposti in Matteo Garrone con la sua nostalgia di “Pinocchio” e Paolo Sorrentino che con “La grande bellezza” si manifesta esplicito continuatore del suo modello.

    L’OSCAR ALLA CARRIERA RICEVUTO DA FELLINI L’ANNO DELLA SUA COMPARSA