Il veliero Nanuq a caccia del dirgibile Italia

Fotografia: Il dirigibile Italia (ANSA)

Ci sono angoli del pianeta dove le condizioni estreme non permettono spostamenti e attività ‘normali’ ed è proprio qui che ne avverrà una particolarmente insolita, quella di un veliero alla ricerca di un…dirigibile.

Dell’epoca d’oro dei dirigibili, un posto d’onore nella vetrina dei ricordi spetta a Umberto Nobile e alle sue due missioni polari: un successo la prima nel 1926 col Norge, un tragedia quella di due anni dopo con Italia, che cadde. I superstiti vennero salvati ma nelle ricerche morì col suo aereo Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud.

Ora, a distanza di 90 anni, la Società Geografica Italiana e l’associazione Polarquest2018 si mettono sulle tracce del dirigibile Italia con un veliero “sostenibile” di 18 metri denominato Nanuq, che in lingua Inuit vuol dire orso polare.

Si partirà il 21 luglio da Isafjordur, in Islanda, l’arrivo a Tromso nella Norvegia continentale, il 4 settembre. Il 5 e 6 agosto a Ny Aalesund, insediamento scientifico dove ha sede anche la stazione di ricerca italiana del CNR “Dirigibile Italia”, ci sarà una cerimonia commemorativa alla presenza dei discendenti dell’equipaggio del dirigibile.

Pezzo forte della missione sarà l’eventuale rilevamento di tracce del relitto scomparso, nella zona di massima probabilità di caduta. Lo si farà sperimentando un sonar di nuova concezione, sviluppato in Norvegia, per la scansione tridimensionale ad alto livello di dettaglio del fondo marino, ad oggi scarsamente cartografato.

E’ prevista anche la ricognizione di alcune zone della Nordaustlandet, la seconda isola per grandezza dell’arcipelago norvegese delle Svalbard, dove si ritiene che possano esistere tracce delle spedizioni di soccorso che nel 1928 e 1929 si mossero alla ricerca del dirigibile. Il programma scientifico della missione prevede poi, fra l’altro, una misurazione e studio senza precedenti dei raggi cosmici a latitudini polari, con un rivelatore sviluppato presso il Cern di Ginevra dal Centro Studi e Ricerche Enrico Fermi di Roma, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn).

 

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